Enzo Fabiani


Quella "bella Lombardia coi suoi giardini" che Dino Campana vide e definì come una visione sorprendente (ma chissà in quale mese, e in quale stato d'animo) mi pare il punto di riferimento più costante per la pittrice Paola Mayer Pozzi: anche se poi, parlando di lei, si scopre che i suoi motivi spesso si allacciano a paesaggi inglesi, o addirittura orientali; a misure e vastità, cioè, quasi impensabili per chi non abbia avuto l'occasione di viaggiare in quei Pesi in cui la sottigliezza è caratteristica persino del paesaggio…



I critici che hanno scritto di questa pittrice hanno subito rilevato come quasi sempre i suoi quadri siano animarti, ed insieme ne palpitino, da un sentimento gentile; tuttavia vedendo le sue ultime prove, diverse da quelle qui esposte, non mi sembra fuori luogo parlare, o accennarvi almeno, di una drammaticità che si fa elemento stesso: intendo dire che la solenne nudità di certi paesaggi composti soltanto da mari e cieli, da nuvole e luci tenui eppur inesistenti, non sono soltanto una interpretazione lirica di un golfo o di una spiaggia, bensì proiezioni o derivazioni di una precisa e allarmata coscienza della realtà.

Una coscienza allarmata ed insieme incantata, che per arrivare a quella spogliazione lascia dietro di sé un'infinità di elementi che avrebbero, o avrebbero potuto avere, la funzione di richiamo, di specchio e quindi di sosta. Ed allora avremmo avuto diciamo una descrizione attenta e magari divertita di tutti i motivi che compongono quel paesaggio tipico: e cioè alberi e scogli, acque e barche, albe e tramonti e via dicendo. Qui invece la Mayer Pozzi sembra voler saltare tutto questo (e cioè il richiamo, lo specchio, la sosta) per arrivare a una essenzialità: che essendo tale si manifesta in un qualcosa di disincantato ed insieme preciso, ed esatto.

Ecco dunque che questi paesaggi sono una sorta di volo e di sogno; un volo che in un ceto modo rappresenta se stesso, ovverosia si sostanzia mediante la pittura: la quale, trattandosi di voli e di sogni, deve essere per forza di cose essa stessa leggera e delicata, e gentile: per consonanza. Altrimenti la parola acquisterebbe altro senso, il velo diventerebbe più o meno impedimento, e la raffigurazione dovrebbe farsi espressionistica descrizione; perdendo così la sua essenza ed insieme la sua funzione di allusione, di suggerimento. La Lombardia, si diceva: intensa non come semplice riferimento geografico od orografico; bensì come dimensione dello sguardo, della mente ed infine della fantasia: dimensione grazie alla quale è possibile sentire (e quindi raffigurare nel quadro) la pianura ricca d'alberi, acque e nebbie ed insieme la proiezione sua, meglio sarebbe dire il suono, che si fa montagna di varia forza e coloritura. Ma dopo avere ascoltato dalla pittrice del suo amore per i viaggi specie in Oriente, ecco che un'altra indicazione nasce: e utile molto per capire la raffinatezza con la quale questi motivi sono presentati e realizzati.

È chiaro che ciascun quadro nasce con la propria forza e fisionomia (questo è sempre avvenuto anche ai maestri più insigni), perciò l'uno può dare un accenno, e l'altro fungere da richiamo; questo dare un'indicazione, e l'altro portare avanti l'intuizione, o la sensazione: ma l'importante è che nel lavoro siano sempre presenti e la ricerca e l'ascolto, o il riascolto dell'immagine, del motivo: ed ecco allora che spesso siamo davanti a raffigurazioni in cui molto di quanto vediamo diventa astratto, cioè spoglio e depurato o meglio purificato; diventa una melodia che pare richiamare il crescere dell'erba, lo scorrere della linfa…


Dopo i paesaggi straordinari, eccoci ai fiori che Paola Mayer Pozzi ha dipinto in vari modi, ma che oggi affronta con una volontà tra drammatica e trasfigurante: si veda infatti come essi, i dominatori del quadro, siano spesso investiti da una luce che evidenziandoli dà ad essi come una sovranità, o solennità che si voglia, per cui acquistano una nuova fisionomia, una nuova ed enigmatica forza. Questo dei fiori è certo un capitolo importante nell'attività della pittrice, poiché queste "presenze" le danno modo di esprimersi con squisita sensibilità, ma nello stesso tempo con libertà: sicché non è da ricercare qui il colore naturale, ma da osservare quello inventato, rilevandone le variazioni e le varianti condotte con maestria e con un estro che si affida non già all'effetto ma all'approfondimento, alla consonanza fantasiosa, alla partecipazione che ha sapore, potremmo dire, di prima primavera lombarda…
Una pittura dunque che si affida all'allusione e al suggerimento; un modo di dire o ridire le cose viste con incantamento, ma senza mai dimenticare che i motivi stessi possono avere una forma, e quindi una sostanza poetica, più vasta e più profonda. Sono insomma gli annunci che si fanno inviti; sono note che vogliono farsi musica nell'animo di chi è capace di avvertirne la bellezza e la verità; note e melodie che hanno già una loro legge nel colore…

 

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