Carlo Franza

Paola Mayer Pozzi offre all'occhio dello spettatore la capacità di assorbire visivamente opere più espressive, nel senso che si adeguano a un clima pre-informale, ma anche opere che toccano la condizione di sensibilità e di conoscenza profonda dell'arte.
Pittura-pittura quella della Mayer, anche quando nasce come estranea ed esteriore, reinterpretata, rivissuta, scoperta in ogni angolo.
Plasma di sé l'intero racconto pittorico: le cose, i luoghi, le atmosfere. Il colore è trasparentissimo, tipicamente lombardo, nel clima della scuola "chiarista" di Del Bon e De Rocchi, ma anche di De Amicis: un'atmosfera rarefatta che nel colore trova scelta felice,densa di significati sottintesi,sospesi a mezz'aria, luci e immagini suggestive.

La sua pittura non ha limiti perché innerva la natura nel sogno e nel dolore cosmico, riassume i contatti tra spirito e materia, in una lettura più profonda e più filosofica delle opere precisa i modi e gli svolgimenti della dimensione vera della vita, in cui sentire il palmo della natura,le sue mille rifrazioni, il tempo perduto, la storia.

Ed allora si capirà come queste opere della Mayer, lontane dallo sperimentalismo, si muovano come "racconto", senso di viaggio, dove tutta la natura cresce per rinnovare il significato della vita, ch'è poi il significato primo dell'arte.
Il secondo chiarismo

 

Gli echi del primo chiarismo respirano anche nel secondo dopoguerra e nelle vicende storiche più interessanti.De Rocchi muore a Milano nel '78 dopo aver continuato a dipingere, guardando a Bonnard, secondo un proprio lirismo lombardo.
Goliardo Padova muore a Casalmaggiore nel '79 dopo un percorso ultimo sul versante naturalistico e un'ascendenza visionaria di tenui colori unita ad un'atmosfera fatta di acque.
Del Bon era già morto nel '52, mentre il buon caro De Amicis, il solido pittore, cui pure avevo presentato una mostra singolare proprio al mio arrivo a Milano nel 1980, muore nel 1987. Quest'ultimo aveva lavorato sulla composizione, presa fra forma e colore e sulle trasparenze tonali. Birolli era morto sempre a Milano, nel 1959.
Una serie di datazioni che danno idea sul clima che ancora segna Milano fra gli anni settanta e ottanta, e sulla grande attenzione che la Galleria Le Arcate, diretta da quel vivace gallerista ch'è stato Aldo Rabolini, dedica ai chiaristi, che è possibile incontrare ogni sera in conversazione. Tra questi, tra gli ultimi, Dino Lanaro, professore a Brera alla cattedra di pittura, e un manipolo di seguaci, di attenti giovani che guardano, osservano, proseguono gli ideali, le atmosfere, gli intenti.

E naturalmente a questa storicizzazione d'un secondo chiarismo va pure ricondotto il momento degli "ultimi naturalisti", quegli stessi che l'illustre professore Francesco Arcangeli, bolognese, descrisse in "Paragone" (n.59) nel novembre del '54.
La natura, le umili cose, il paesaggio, entrano per un certo verso in questi artisti che partecipano al ciclo naturale delle stagioni, al rinnovarsi delle piante, della terra, dei paesaggi. Nel '75 era nato a Milano il manifesto dei "luministi padani" che vede Zampieri fra i firmatari; ed io stesso dedico negli anni ottanta una monografia pubblicata dalla Comed che ha per titolo "Chiaristi e luministi". Sorprendentemente, confesso, che per me che arrivavo da Roma, a Milano nel gennaio dell'80, la luce lombarda, il chiarore diafano e non solare, mi aveva lasciato sorpreso. Ero amico di tanti chiaristi, di De Amicis, per citare un nome storico, e Lanaro, e dei nuovi che si affacciavano sulla strada, ecco Oreste Jannelli, Silvio Zampieri, Giorgio Reggio, fino alla Paola Mayer Pozzi che dirigerà, oltrechè essere essa stessa fine pittrice chiarista, la galleria Treves, che era in Via Palermo, angolo Largo Treves, e che è stata aperta fino a qualche anno fa, primi anni novanta. Il 16 novembre 1991 è la data della conferenza che tengo al Circolo della Stampa di Milano sul tema "Il secondo Chiarismo e la pittura di Silvio Zampieri".

In realtà è lo Zampieri che ha prima conoscenza d'appartenere a un movimento, a farsi padrino, e prosecutore d'un clima tutto lombardo-veneto, e romagnolo anche. Il secondo chiarismo come momento storico si sviluppa nel secondo dopoguerra con gli stessi intenti e le stesse motivazioni morali ed estetiche del primo movimento; si accentua fra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta ad opera di nomi illustri. Zampieri in special modo si pone come testa di ponte fra una visione morale strettamente laica e l'altra di matrice cattolica cui appartiene il Reggio. E lo stesso Lomasto si adegua a quel comparto informale che si poté leggere fra gli ultimi naturalisti che dettero spazio al mondo sfrangiato, con gli acquerelli descrittivi di terra e cielo, mentre per i ritratti il dato malinconico segnava la mobilità esistenziale.
Tedeschi veronese di nascita, sulle tracce della pittura veneta e buranella, affida il suo paesaggio a un clima di abbandono poetico e di sogno, sollevando il plastico realismo in una lievitazione di stupore infantile.
Della nuova squadra chiarista fa ancora parte il Massimo Lomasto, piemontese di nascita ma attivo a Milano, dove alla scuola di Walter Lazzaro prima e di Osmo Visuri poi, ha ricavato i segni e i toni di magia, di malinconia, e dove il ritratto rivive in uno stato di pascoliana memoria.

 

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